Cassandra

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Settembre 96 ~ Settembre 98

L'apparecchio

Cassandra è nata per caso, mese dopo mese, anno dopo anno, per evoluzione naturale di un progetto elettronico al quale veniva spontaneo aggiungere qualcosa man mano che si rendeva utile (o divertente). Tutto è cominciato in Quinto Liceo, quando un giorno decisi di costruire un piccolo amplificatore da collegare al walk-man per ascoltare un po' di musica in Pullman, andando a scuola.

Costruii una scatolina di compensato da un ripiano di un armadio e alimentai il tutto con una pila da 9V. Notai però subito un piccolo-grande difetto: la pila si esauriva in 2 ore circa, e non era molto produttivo consumare 5000 lire ogni 2 giorni per ascoltare un po' di musica, nonostante le "collette" organizzate fuori da scuola per reperire i soldi per ascoltare musica in pullman, magari rinunciando ad un gelato o una focaccina.

Nel frattempo già aggiungevo pezzi allo scatolotto: due led facevano l'effetto luci psichedeliche; collegando pezzi di circuito si ottenevano effetti sonory tipo macchina da corsa (ho inserito un interruttore chiamato "effetto ferrary"); alla stessa batteria collegavo un campanello elettrico per fare un po' di chiasso in più. Ci aggiunsi un microfono a condensatore mixato sul walk-man se volevamo fare karaoke... oppure usavamo una cassa come microfono e un altra come amplificatore. Avevo pure costruito una microspia che trasmetteva in FM, nascosta in una scatola di fiammiferi (non ha mai funzionato molto, in realtà).

Un grande passo in avanti c'è stato quando i ragazzi sul pullman si sono interessati all'"apparecchio" e hanno cominciato a regalarmi pezzi. Un ragazzo mi ha regalato un walk-man rotto (i pezzi possono sempre servire), dei lettori di CD portatili, tante cassette da ascoltare; un giorno uno si è smontato il pannello della macchina; un altro mi ha portato una batteria da 12V al piombo piccolina che faceva parte di una centralina d'allarme che non usavano più; un altro ancora un amplificatore booster da autoradio che "non funzionava", in realtà era stereofonico, e solo uno dei due canali era rotto, ma per noi andava benissimo così.

Lo zaino musicale

Da quando c'è stata la batteria, ho deciso di montare stabilmente tutto nel mio zaino, facendogli qualche buco per far passari i fili (nella tasca inferiore il walk-man, in quella superiore l'altoparlante), e aggiungendoci jack, prese e spine di vario tipo per assemblare al volo accessori esterni. Il vecchio piccolo amplificatore auto-costruito lo utilizzavo come distorsore per la chitarra elettrica che a volte portavo con me: lo zaino in spalla, la chitarra a tracolla, e potevo suonare con 20W ambulanti, tutto da assemblare al volo attorno allo zaino, che ormai non aveva più spazio per i libri.

C'avevo pure un clackson, e mi è venuto spontaneo utilizzare un vecchio joystick per Commodore 64 rotto per comandarlo (facendo tanti scherzi suonando agli autisti fermi agli incroci che immancabilmente guardavano nello specchietto retro-visore per vedere se arrivava qualcuno). Dei vigili una volta volevano proprio scoprire chi era quell'autista che turbava la quiete pubblica (un clackson fa più chiasso se non è chiuso dentro le lamiere di una macchina), non immaginando che fosse un pedone a produrre quel frastuono.

Le cose si complicavano quando avevo voglia di aggiungere di tutto: il trasformatore per ricaricare la batteria da presa al muro, o l'adattatore con presa-accendisigari se mi trovavo in una macchina e avevo con me il mio zaino: un'autoradio molto originale. In pratica la parte interna dello zaino conteneva soltanto accessori elettrici da montarci all'esterno e gli attrezzi (cacciaviti e pinze), nel caso ci fosse la necessità di qualche modifica al volo. Di sicuro non c'era più spazio per i libri.

Non mancava gente che voleva a tutti costi una cosa simile, ed era disposto a pagare per una copia conforme all'originale dell'apparecchio, non capendo che non era una cosa da produrre in serie ma da arrangiare con i pezzi che ci si trovava in giro. Qualcuno, però, aveva capito:

W.P. venne un giorno a casa mia con la bici cercando di collegare una radio portatile alla dinamo della bici, chiedendomi consulenza. Non ci riuscimmo, ma da allora ho cercato più volte di aggiungere qualcosa di elettrico alla mia bici. Oltre ai fari alogeni da 20W d'avanti e da dietro, e al clackson, idee piuttosto scontate, anche un anti-furto che manda scosse elettriche o cose del genere. Ci ho dovuto rinunciare perchè c'era il rischio che mi rubassero tutto, quando ho portato la mia bici a Bari, dove studio, di certo molto meno tranquilla di Carosino, il paese in provincia di Taranto dove ho vissuto.

La mia bambina

Finita la scuola, usai ancora lo "zaino musicale" l'estate successiva, fino a che, a settembre, non mi sono state regalate due casse di un impianto stereo. Potevano rimanere integre, in mano mia? No di certo! Le ho smontate quasi subito.

Avevo una voglia matta di riempire tutto lo spazio vuoto all'interno di quelle casse, che, se è vero che serviva all'acustica delle stesse, era sempre vuoto, da riempire, secondo il mio modo di vedere le cose. Prima ci misi un'autoradio con la batteria al piombo, infilata dentro dalla parte di sopra. In due mesi riuscii a bruciare l'autoradio, e mi ritrovai con le due casse non usate e non usabili più come casse, dato che ci avevo fatto il buco per infilarci l'auto-radio dentro.

Misi il manico (una cinta vecchia) a una delle due casse, e trasferii tutto quello che avevo nello "zaino musicale" nella prima cassa (che chiamavo affettuosamente "la mia bambina") rendendo tutto molto più comodo da usare, perchè organizzato su un pannello di legno, e molto più robusto, dato che la struttura era più solida di quella dello zaino. Mi sono ritrovato uno zaino pieno di buchi, e pronto ad essere usato di nuovo come zaino e non come impianto stereo. Mi faceva un effetto curioso indossarlo e non poterlo "accendere".

Nel frattempo avevo aggiunto una cinquantina di led alla mia chitarra elettrica e anche li era un fastidio smontare ogni volta la chitarra quando si esauriva la pila da 9V (l'unica che poteva entrarci dentro comodamente). Pian piano l'idea: la chitarra psichedelia, come mi è stata battezzata, avrebbe preso la corrente attraverso il cavo audio dalla mia bambina (ho sostituito il jack mono con uno stereo, per l'occasione) e avrebbe comunque avuto al suo interno una pila da 9V ricaricabile al Ni-Cd se per caso la mia bambina gli fosse mancata per un po' di tempo. Nella mia bambina c'era il distorsore (autocostruito) per psichedelia, un rudimentale controllo toni, l'ingresso per un walk-man se si voleva suonare con le basi, l'apparecchio ricevente per la microspia nella scatola di fiammifero, per fare "radio-karaoke" e una presa per collegare apparecchi a 12 V: campanello elettrico, clackson, faretti alogeni da 20W... e qualsiasi cosa che avessi pensato per il futuro.

Cassandra

Non avevo scelto un nome per la mia bambina, non me ne ero posto il problema, la chiamavo semplicemente "la mia bambina", o, "mia figlia", affettuosamente, con tutti i miei amici, nuovi e vecchi. Il nome Cassandra mi è stato suggerito da F.T. il 30 maggio 1998, quando ho portato mia figlia a Roma per l'incontro di Pentecoste col papa. Capitammo pure in un pullman con l'autoradio rotta: figuratevi la necessità di avere Cassandra a Bordo. Ricordo che, per quel viaggio, ad ogni autogrill correvo in bagno a ricaricare la batteria al piombo che aveva un'autonomia di sole 2 ore, dato che Cassandra si stava facendo vecchia e la volevamo sempre al massimo del volume. Allora tutti mi chiedevano che nome avrei dato a mia figlia, e, tra le tante proposte che mi sono state fatte, Cassandra era efficacissima perchè ricorda, nel nome, la vera natura della mia "cassa". Avevo con me un uni-posca azzurro, e subito battezzai solennemente Cassandra (che piangeva di batterie scariche), sulla griglia metallica nera di copertura. L'uniposca resiste ancora, da allora, e con lui i ricordi di quella giornata.

Le casse che avevo a disposizione, però, erano due: Cassandra aveva l'uscita per l'altra cassa che consentiva l'audio stereofonico, ma la seconda cassa non faceva nulla più che fare il verso alla sorella, ed era fastidioso portarsela in giro, dato che non avevo un'altra cinta da rompere per farne il manico e non mi andava di comprarle la cinta apposta: la mia seconda figlia doveva capire che sarebbe andata avanti con le cose trovate per caso, proprio come la sorella. In un primo momento decisi di usare la seconda cassa (che per forza di cose si chiamò "Cassandra 2") solo come porta-cassette & Co.

Quest'ultima estate ('98), però, ho realizzato in Cassandra 2 un vu-meter a 40 led. Si: 40 led che pompano a ritmo di musica in maniera molto vistosa. In Cassandra 2 alloggia pure una piccola lampada xenon stroboscopica e una seconda batteria ausiliaria, collegabile, eventualmente, in parallelo alla prima grazie al cavo di interconnessione tra le due sorelle.

Cassandra sente, come ha sempre fatto, il peso dei mesi e, ogni tanto si rompe in qualche punto costringendomi a ripararla, specie dopo che le faccio fare dei viaggi tormentosi. Anche psichedelia sta perdendo qualche LED. Fino all'anno scorso era una gioia riparare ogni cosa e inventarne di nuove, con saldatore, condensatori, resistenze, ... seguendo la fantasia. Oggi non è più così.

Cosa verrà poi?

Da Settembre ('98) non ho più il tempo di dedicarmi a Cassandra, dato che studio Ingegneria Elettronica e il secondo anno mi tocca studiare più del primo. Cosa sarà di lei? Ha accompagnato feste, compleanni, serate in piazza nel paese (Carosino (TA)), serate in spiaggia a Ferragosto, gite e campeggi, e ora la vedo morire sotto i miei occhi, temendo di smontarla perchè già so che tanti fili si staccherebbero e capirci qualcosa dopo tanto tempo non sarebbe così facile: la lascio andare finchè va, con qualche botta in testa se l'audio viene a mancare (è incredibile come i colpi aggiustino i circuiti elettrici ed elettronici).

Ho sempre regalato i miei giocattoli vecchi ad un bambino 4-5 anni più giovane che li prendesse in sua custodia, o che li rompesse senza pensarci troppo su, e ho sempre avuto una gioia immensa in questo. Ho sempre dichiarato di essere pronto a donare tutte le mie cose a chi ne avesse più bisogno di me.

¿Cassandra seguirà la stessa fine di tante altre cose? ¿Renderà felice un altro teen-ager contento di portarla sul suo pullman a scuola? ¿Resterà la sua descrizione (sommaria) in questa pagina Web e (completa) nella mia memoria, ma non la avrò più di fianco a me? ¿Avrò il coraggio di regalarla, così come è stato per la maglietta dei Flintstones? ¿Che diritti ho su Cassandra? ¡¾ delle cose che la compongono mi sono stati regalati! Io ci ho messo solo le idee dentro, il resto non mi appartiene. ¿Perchè non dovrei regalarla anch'io a mia volta? ¿Perchè, crescendo, diventiamo così poco furbi? ¿Perchè voglio tenere Cassandra sotto i miei occhi e farla morire lentamente, piuttosto che regalarla a chi magari non la capirebbe, in un primo momento, e la romperebbe, ma poi, pentito, troverebbe le risorse per ridarle una vita nuova? ¿Perchè non posso regalare a Cassandra l'immortalità, facendo si che altri assemblino e riassemblino i suoi pezzi, piuttosto che condannarla a morire di vecchiaia sotto la polvere?

Non so: crescere ci porta ad essere così attaccati alle nostre cose, e a sperimentare sempre più raramente la gioia autentica di donare qualcosa gratuitamente.

¿Internet (tu) che ne pensi? ¡Fammelo sapere!


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